domenica 29 marzo 2015

#Racconto 14 - Monumento rosso

Erano tempi difficili. Lui era solo un bambino e la cosa che amava maggiormente era ridere. Una tra quelle che lo faceva ridere tanto era giocare con me. Anche in quelle dure giornate di fine estate correvamo spesso nel cortile a far scappare le galline.

Il vento tra i capelli, il profumo dei fiori e l'azzurro del cielo che si specchiava nei suoi grandi occhi vispi. Era un bimbo coraggioso e ora che suo padre non c'era più gli toccava essere forte. Suo fratello, prima di andare con gli altri sul monte gli aveva dato una pacca sulla spalla e, con un sorriso dolce, gli aveva detto che tutto sarebbe finito presto.

Quel giorno l'aria era piuttosto fresca. I partigiani sul Grappa resistevano e Don Nicolino dava loro una mano. Grand'uomo quel don, chissà se ce ne sono ancora di grandi come lui. Non troppo alto, con le mani ed il viso provati dalle disgrazie di quei tempi, ma con una forza nella voce e nei gesti che anche quelli con la voce dura e la divisa scura, anche loro, non potevano che rispettare la sua forza. Alle loro minacce lui rispondeva sempre con uno sguardo più forte, come se gli schiaffeggiasse.

Quella mattina Don Nicolino lo fece chiamare e gli consegnò una lettera per Mario: "s'è importante", disse. Lui fece un cenno con la testa, la prese e la mise in tasca. Nelle sue mani quella lettera sembrava grande e pesante.

C'erano troppi soldati in giro. Si muovevano per le campagne e avevano presidiato il paese. Alcuni avevano un grande foglio che ispezionavano con attenzione. Con cautela riuscimmo a evitare di essere fermati... Piano, in silenzio, passi leggeri, anche il respiro tremava... E poi via. Finalmente. Chissà cosa stavano tramando. Ci allontanammo velocemente e lo vidi sorridere. No! Eccone altri, bloccano la strada! Che fare? Sono tanti. Il sorriso si tramutò in una smorfia. Al bivio... Ma così allunghiamo di tanto! Non ci sono alternative, slittiamo sul selciato e corriamo.

Il vento ci affaticava e la carrozzeria scricchiolava. I suoi piedi non arrivavano con facilità ai pedali ma con la punta delle scarpe spingeva forte. Lo sentivo ansimare e soffrire per i muscoli che tiravano sempre di più ad ogni pedalata. Diavolo, erano vicini! Corri corri corri! Scivolavamo sulla brecciolina ed io cominciavo ad essere pesante. Sì, finalmente la strada si faceva in discesa. Teneva forte il manubrio che vibrava sotto le sue mani. Potevamo arrivarci. Ecco, ancora poco.

Ce l’avrebbe fatta ad arrivare là dove non l’avrebbero più preso, dove sarebbe scomparso tra gli alberi insinuandosi nel nascondiglio che tante volte avevamo visto insieme e che lui stesso aveva aiutato a scavare e a coprire con quanti più rami le sue esili braccia potevano portare… ma ce li trovammo davanti, erano già lì a fare mattanza.

A nulla servì lasciarmi per terra e cercare di nascondersi dietro un masso che il Grappa sembrò mettergli accanto per dargli una mano, per proteggerlo. Uno si voltò, vide i rami muoversi e poi più nulla. Non c’era più luce nei suoi occhi.

Eravamo sfuggiti ad altri pericoli… ma quel rastrellamento lì portò via tutti. Sono caduta accanto ad un albero e sono rimasta lì, a piangere il suo sangue che il monte presto assorbì. Dormiva, coperto di rosso vermiglio...

Sono rimasta lì a guardarlo fino a quando qualcuno non l’ha portato via. Oggi l’albero mi ha fatta sua, mi ha presa nel suo tronco, mi ha raccolta da terra e ora faccio parte del Grappa anche io. Ora, anche io, sono rossa e il rosso mi divora ogni giorno di più. Non ero altro che la sua bicicletta, ora sono un monumento al suo ricordo che chissà se chi passa, tra le tante foto, serba ancora.




martedì 24 marzo 2015

Accetto critiche, non consigli

C'è poco da fare: tutti si sentono sempre in dovere di farti sapere come loro agirebbero in determinate situazioni, tutte e dei più disparati generi, dandoti dei consigli assolutamente non richiesti.

Da oggi uno dei miei motti sarà "accetto critiche, non consigli".

Rivendico la libertà di sbagliare e, dopo al massimo, di ricevere sane critiche che possono senz'altro aiutare a crescere. 

Anche accettare consigli che in realtà abbiamo richiesto potrebbe rivelarsi una fregatura... Non è meglio sbagliare da soli? 

venerdì 20 marzo 2015

Lontani

La peggiore lontananza non è quella fisica. Si può essere lontani eppure sentirsi infinitamente vicini, infinitamente... Perché la vicinanza non è mai abbastanza.
La peggiore lontananza è quella di quando si è nella stessa stanza, occhi negli occhi, sorridendosi persino... Eppure ci si sente così lontani. Come se l'anima guardasse dall'altra parte.
Come si attira l'attenzione di un'anima? Come si può entrare in connessione con lei? È così naturale che quando mi domando come si faccia non riesco a spiegarmelo... E finisco per non riuscire a farlo.
Non è una cosa che si può spiegare: la connessione avviene, c'è e si sente... Siamo Insieme.
Allo stesso modo, quando manca, senti un vuoto profondo, un qualcosa di scuro. Ti senti incompleto e incompreso. Distante da tutto, solo e arrabbiato.
Mentre noi sorridiamo le due anime restano lì a guardarsi... O guardano altrove.

Quadro di Charlotte Atkinson